Il calcio italiano parla sempre più americano. Non è più una sensazione ma un fatto. Milan, Inter, Roma, Fiorentina, Atalanta, Parma, Verona e altre realtà professionistiche sono finite negli ultimi anni sotto il controllo di fondi, gruppi imprenditoriali o magnati provenienti dagli Stati Uniti.
Una trasformazione profonda che sta cambiando il volto del pallone italiano e che oggi tocca da vicino anche il Sud, con la possibile acquisizione della Reggina da parte del gruppo riconducibile a Matt Rizzetta, già presidente del Campobasso FC. Una trattativa che, secondo numerose fonti calabresi, sarebbe ormai entrata nella fase decisiva. Lo stesso imprenditore italo-americano ha confermato pubblicamente che mancano soltanto alcuni dettagli e che il dialogo con l’attuale proprietà sarebbe a buon punto.
Ma cosa spinge oggi un imprenditore americano ad investire nel calcio italiano?
La risposta è probabilmente molto diversa da quella che animava i presidenti italiani degli anni Ottanta e Novanta. Non si tratta soltanto di passione, o almeno non della passione tradizionale che portava un imprenditore locale a identificarsi totalmente con una maglia e con una città,
gli investitori statunitensi osservano i club come marchi globali ancora sottovalutati, vedono storia, identità, tifoserie, territori e milioni di persone sparse nel mondo che continuano a mantenere un legame emotivo con le proprie origini,vedono potenzialità commerciali, marketing internazionale, contenuti digitali, sponsor, merchandising e soprattutto sviluppo immobiliare collegato agli stadi.
E qui emerge un dettaglio che colpisce.
Le parole utilizzate da Matt Rizzetta per descrivere la Reggina sembrano riecheggiare quelle pronunciate alcuni anni fa quando arrivò a Campobasso.
Oggi parla di “enorme potenziale commerciale e progettuale”, del legame dei calabresi nel mondo con la propria terra, della volontà di restituire dignità sportiva ad una piazza storica e della costruzione di un percorso sostenibile e ambizioso.
A Campobasso il racconto fu sorprendentemente simile; rinascita di una città calcistica ferita, valorizzazione del marchio, connessione con la diaspora molisana, sviluppo internazionale del brand e apertura verso nuovi mercati,
ed è qui che nasce una riflessione inevitabile,
i tifosi vivono il calcio come una storia d’amore, mentre gli investitori spesso lo raccontano come un progetto di crescita.
Il tifoso vuole sentirsi unico, vuole credere che la propria squadra sia stata scelta per qualcosa di speciale, quando però le stesse espressioni vengono utilizzate per città diverse, il rischio è che una parte del pubblico inizi a percepire un copione già scritto.
Non necessariamente una finzione, ma piuttosto un modello imprenditoriale replicabile.
Eppure sarebbe ingeneroso fermarsi a questa lettura,
perché nel caso Campobasso alle dichiarazioni del presidente Rizzetta, sono seguiti anche fatti concreti. Il club è tornato nel professionismo, ha acquisito visibilità nazionale e internazionale, ha attratto sponsor e ha costruito una narrazione che ha riportato il nome della città ben oltre i confini regionali.
Forse allora la vera domanda non è se Rizzetta ami davvero Campobasso o possa amare davvero Reggio Calabria.
La vera domanda è un’altra:
Nel calcio moderno può esistere una passione multipla?
Può un imprenditore innamorarsi contemporaneamente di più città, vedendone potenzialità, storia e prospettive?
Oppure il calcio continuerà sempre a pretendere esclusività sentimentale?
Mentre la trattativa per la Reggina sembra avvicinarsi alla sua conclusione, ed in attesa del 12 giugno, quando il presidente dell’ Campobasso FC incontrera’ ufficialmente stampa e tifo “Cambuasciano” questa è probabilmente la sfida più interessante che attende non soltanto Matt Rizzetta, ma tutto il nuovo calcio americano che sta conquistando l’Italia.
Perché i bilanci possono essere condivisi,i progetti possono essere replicati,
le strategie possono essere esportate.
I cuori, molto meno.
